Un ritratto di Giovanni Santolini artigiano di Giustizia e Pace – di Michele Palumbo

Realizzare la propria vocazione costituisce una delle più grandi sfide per l’individuo contemporaneo ed è una delle condizioni che maggiormente influisce sulle finalità della propria esistenza. 

In tale ottica, l’incontro con padre Giovanni Santolini è un’esperienza che edifica, che arricchisce, che aiuta a  comprendere come vivere il proprio tempo in risposta al grande bisogno che c’è nel mondo di umanità. Uomo, prete, missionario, dal forte potere empatico e dalla contagiosa allegria, continua a conquistare, a oltre venti anni dalla sua morte,  le simpatie di chi lo incontra, seppure soltanto tra le righe delle sue memorie. Nel suo percorso di vita ha saputo coniugare la propria fragilità con scelte coraggiose, operate nel quotidiano, che portano a interrogarci su concetti quali “eroismo” e “santità”. 

La lettura di seguito proposta, semplice e accessibile, è una raccolta eterogenea di contributi che spazia dalle immagini alla poesia, da documenti originali a testimonianze dirette che ne celebrano il ricordo. I testi, lontani da ogni retorica da epitaffio,  ritraggono invece uno spaccato della “vita normale di un eroe”.

Diventa eroe chi prende l’abitudine di offrire la propria vita al sevizio degli altri, finché a un certo momento può capitare la fortuna di doverla dare davvero”. A scrivere è lui stesso in un intervento intitolato “Eroe per abitudine” che sarà destinato a diventare il suo vero e proprio testamento spirituale.  L’eroe per abitudine non compie che il suo dovere: fosse anche quello di immergersi con pochi e inadeguati mezzi nella cura di una malattia spaventosa come l’ebola; o di avanzare fra le raffiche di mitra dei soldati, protetto soltanto dal proprio ottimismo; alzarsi per celebrare l’Eucaristia nonostante la spossatezza da febbre malarica… La lettura di “Eroe per abitudine” ci restituisce il profilo di un missionario, la cui normalità è essa stessa una continua e sofferta testimonianza di eroismo, non cercato in alcun modo, bensì pienamente vissuto. 

Una volta incamminati ci scontriamo immancabilmente con l’uomo ferito…” ed è in tale circostanza che viene messa alla prova la propria disponibilità a cambiare il mondo. 

La disponibilità” scrive Macaire Lakanga in uno dei racconti più toccanti “era il suo grande cavallo di battaglia […] Questa disponibilità ha fatto sì che la maggior parte degli scolastici, dei religiosi, dei seminaristi e dei sacerdoti si confidasse con lui. Aveva numerosi figli e figlie spirituali…”.

Il florilegio di straordinari atti d’amore che costituiva la sua “giornata tipo” non lo risparmiava dal rammarico della propria impotenza dinanzi alla complessa situazione politica del suo Paese di adozione (ex Zaire),  ma finirà per incidere radicalmente nella vita di molti che hanno incrociato il suo cammino:  “Ci ha insegnato  ad amare non per cambiare il mondo, ma per cambiare i rapporti fra noi”.

Tra i primi a individuare l’importanza della tecnologia come arma di riscatto per le giovani generazioni, si opera per rifornire le aule di computer e software da impiegare nel tentativo di colmare il gap di formazione con gli studenti delle altri parti del mondo. La sua instancabile opera di relazione e la costante ricerca di promozione di uno sviluppo umano integrale fanno di Giovanni Santolini una figura  simbolo nel panorama di Giustizia e Pace.  

Per alcuni è un grande predicatore, per altri un giardiniere o il ritratto di una persona felice, il cui sorriso riempie per tre quarti il suo volto. Alla luce della nuova “Enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale” è senza dubbio uno degli “artigiani”, menzionati da papa Francesco, capaci di avviare “…processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia…” e che nel graduale esercizio del proprio quotidiano eroismo, arrivano a proporsi come fonte d’ispirazione per un nuovo stile di vita.  

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